Claudia che raccoglie la sabbia

Il weblog di Claudia

Thu 18 October 12

Il mercato delle ore

A seguito di una bella citazione di Einaudi postata da una mia carissima collega (che allegherò in calce) su Facebook e di un commento ad essa, ho scritto un commento che è un po' uno sfogo, ma rappresenta sia la mia esasperazione che un mio modo di vedere. Siccome sono per il riciclo e non voglio perdermi i momenti di ispirazione, e forse anche perché attendo di vedere le reazioni di chi come me nella scuola ci sta, copio-incollo-adatto qui. Credo che nessuno ormai frequenti questo luogo ma pace.
La citazione (vedi fondo) è molto bella e la condivido, ma il vero danno non lo ha fatto il ministro (riferimento al commento) bensì tutti quei nostri cari colleghi che hanno interpretato alla lettera l'idea delle 18 ore settimanali, tutti quelli che cercano di entrare tardi e uscire presto per poter fare tutte le altre cose che fanno che non c'entrano con la scuola, tutti quelli che se ne sbattono delle classi, del loro lavoro e sanno solo reclamare per i loro presupposti "diritti". Non sono la stragrande maggioranza dei docenti ma sono quelli che fanno rumore nell'opinione pubblica e che fanno dire alla gente fuori "ma come, si lamentano per 6 ore in più? " Se 6 ore in più sono ore da passare a scuola, per programmare, recuperare, fare supplenze brevi e fare finalmente un ca**o di orario didattico (visto che non ci sarebbe più da far uscire presto questo e quello) allora ben vengano. Io sono stufa e arcistufa, anzi mi sono proprio rotta le palle di prendere lo stesso stipendio di chi non ha compiti da correggere, non ha da preparare, magari ha la metà degli alunni che ho io (ovviamente la mia collega capisce) e può permettersi di fare un altro lavoro o fare molte più ore di cattedra retribuite. Oppure viene a scuola e dorme o legge il giornale o entra un quarto d'ora dopo e esce dieci minuti prima; e non lo sto dicendo per sentito dire, perché a scuola ci sono. Facciamoci un orario pieno a scuola, entriamo in classe le ore che è umano entrare, e per il resto lavoriamo a scuola per la scuola; e, insieme ad una retribuzione adeguata, magari differenziamo per funzione o per numero di alunni. Questa sarebbe una riforma vera. Ma non si farà mai non per colpa di Profumo ma perché sempre e sempre si continueranno a confondere le necessità della scuola con l'idea che la scuola sia anche un ammortizzatore sociale, fatto per creare e tutelare dei posti di lavoro, che è legittimissimo per carità, ma non per dare posto a cani e porci tenendoceli per sempre. Bisogna tutelare chi fa quello che deve fare, e lottare per farlo, e lottare perché chi, giovane, ha i numeri per farlo possa avere la speranza di farlo. E invece no, continuiamo ad andare avanti per slogan da manifestazione ... (naturalmente la citazione non è uno slogan e, ripeto, la condivido in pieno).
Vorrei aggiungere al commento anche per chi non è nella scuola che se fossero invece sei ore di cattedra, per me significherebbe due classi in più, quindi a naso circa 50 alunni in più, ergo circa 400 verifiche in più da correggere all'anno, una dozzina di ore di consiglio in più, insieme a tutte le scartoffie da compilare, 50 genitori in più da vedere ecc ecc ecc.
E ora la citazione:
“Gli insegnanti, il cui orario settimanale è andato via via aumentando, sono diventati delle “macchine per vendere fiato”. Ma “la merce “fiato” perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana. La scuola a volerla fare sul serio logora. E se si supera una certa soglia nasce una “complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e studenti a far passare il tempo”. La scuola si trasforma in un ufficio, o in una caserma, col fine di tenere a bada per un certo numero di ore i giovani; perde ogni fine formativo.”— Luigi Einaudi
18:13:04 - Claudia - categoria: riflessioni   No commenti

Thu 31 March 11

Elaborate metafore

Da una nota pubblicata anche su FB.
Ieri ho capito di avere imparato a tarare le verifiche in modo da costringere i lazzaroni ma moderatamente capaci di miei alunni (di una classe in particolare ma potrebbe valere per tutte) a mostrare quello che veramente sono in grado di fare a seconda di COME e QUANTO hanno studiato. Verifica impegnativa e lunga ma tutt'altro che impossibile (voto massimo 10), comunque costruita su vocaboli e strutture fatti e ripassati, su tipologie di esercizi fatti, su qualche frase da tradurre tratta da molte di più fatte a casa e corrette in classe pochi giorni prima... Ne è uscita una classe spaccata in due: di 18 alunni sette hanno avuto tra il 7 e l'8 1/2 , due uno schifidino 6-, uno un bel 5 e otto, e ripeto OTTO, tra il 3 e il 4.
Avrei potuto entrare in classe e fare tutta la correzione oltre al solito pistolotto consistente in "dovete studiare, dovete fare i compiti, dovete stare attenti, non potete parlare in inglese come se l'unica cosa a cui serve fosse soddisfare le vostre esigenze primarie (mangiare, bere, fare pipì)." Avrei potuto. E invece ho deciso per l'approccio metaforico.
Ne ho presi 4 solo perché so che hanno delle passioni e le coltivano e non perché fossero necessariamente andati male.
A suona la chitarra; gli ho chiesto se, suppondendo di avere scoperto da poco di essere molto portato per la musica ma sapendo fare giusto il giro di do, e ricevendo inaspettatamente un ingaggio per un concerto importante tra un anno, aspetterebbe la settimana prima del concerto a farsi dare il programma e a fare le prove.
B fa canottaggio; gli ho chiesto se, essendo oltre un mese che non può allenarsi e avendo una gara domani, gli porterebbe vantaggio allenarsi oggi dalle 7 del mattino alle 10 di sera.
C gioca a pallanuoto; gli ho chiesto se, avendo una struttura muscolo-scheletrica adatta agli sport acquatici, facendo 20 vasche in piscina ogni giorno e avendo visto un paio di partite di pallanuoto in TV pensando che è un bello sport ma non sapendone assolutamente (se non per intuito) le regole o i trucchi, sarebbe in grado di giocare se fosse buttato in piscina durante una partita importante.
D è un precisino nel vestire a cui piace mettersi in mostra. Gli ho chiesto come si sentirebbe se, mangiando la pasta al sugo, si schizzasse di pomodoro la camicia in più punti e come pensa che lo giudicherebbero gli altri.
Ho ricevuto risposte un po' bofonchianti ma fondamentalmente in linea con quello che pensavo.
E allora, ho chiesto a tutti, perché pensano di poter apprendere con una studiatona di 8 ore il giorno prima di una verifica quello che non hanno imparato e fatto sedimentare in settimane di studio regolare; perché pensano che solo perché "sono portati" o hanno intuito o hanno fatto qualche esperienza si possono permettere di non stare attenti alle spiegazioni dell'insegnante o di non fare gli esercizi o di leggersi qualche regola qualche volta; perché continuano a pensare che una grafia illeggibile e un'ortografia approssimativa "non facciano nulla" cioè non facciano pensare a chi legge o corregge che quello che ha scritto è quantomeno uno sciattone?
E poi ho anche chiesto quanta importanza ha un bravo allenatore o un bravo maestro di musica se chi si allena o studia non ci mette un po' del suo.
Infine, anche se non con cotante parole, gli ho cercato di far capire che non c'è un gettone di presenza (leggi un 6) che viene dato solo per il fatto di essere a scuola (per quello eventualmente dovrò ricordare loro di farsi eleggere al parlamento italiano).
Mi sono solo dimenticata di dire (ma lo farò) che i doni che hanno (i muscoli, il cervello, l'orecchio musicale, la mano per disegnare...) non glieli toglie nessuno, che purtroppo ci sono tanti che, non avendone qualcuno, anche sforzandosi tantissimo e sistematicamente non riusciranno mai a vincere una gara, a dipingere un bel quadro, a fare un concerto o a prendere più della sufficienza, ma che l'importante è fare del proprio meglio quando lo si deve fare e cercare la propria strada in modo da non torturarsi facendo per tutta la vita quello per cui non si è portati.
Servirà? Non so. Probabilmente nell'immediato no. Non sono nata ieri e non è da poco che insegno. Però spero che magari, mentre fanno la studiatona o dicono "chissene" mentre scrivono più o meno bene una parola, una volta o l'altra ci pensino.
18:38:35 - Claudia - categoria: spunti   5 commenti

Wed 03 November 10

Ode to Chumbawamba

Il riciclaggio è uno sport che mi piace... E così lo metto in pratica di nuovo pubblicando anche qui una cosa che ho scritto per la message board di Jonathan Coe. La traduzione è in fondo.

There's a band that makes me think of Jonathan's books even though it is not the type of music that I think he'd listen to. It's Chumbawamba.
To put it very simply, they're an anarchist band from Leeds who became famous a few years ago with the enjoyable, but certainly not their best effort, Tubthumping, and then cut down on the line-up and went back into chart oblivion to produce some real masterpieces.
The reason why my mind connects their work to Jonathan is because both have the same effect on me: they entertain me and move me, they make me laugh and cry, they make me dance and think.
Chumbawamba's songs sound simpler than they really are: their catchy folksy melodies are the background to stories of social injustice and of political engagement but also to tales of everyday lives, where tragedy is challenged by comedy, where disgust and complaint for certain situations is often counterbalanced by an innate optimism. Even musically they are never banal; in spite of the usually comparatively simple chord sequences, they create wonderful harmonies with their voices (with many a cappella songs) and encompass many musical genres often with just the help of two guitars, an accordion and a trumpet or a recorder. There's so much more than meets the eye.
I also thought of them the last time I heard Jonathan speak about M. Thatcher... I nearly suggested he booked their In Memoriam EP, which will get to the buyers on the morning of the glorious day she dies. I heard a preview when I saw them live...
I felt the urge to write this after I was nearly moved to tears this morning. I was walking to school with Chumbawamba on my ipod and I saw two ducks having a bath in a city stream with the early morning sun in the background. It was like reading some of Jonathan's pages, a short-circuit of emotions.
If you want to see something on youtube, I love this one in spite of its live imperfections (it's from when I saw them in Milan) http://www.youtube.com/watch?v=axr8fW4omG8, though this is more appropriate to things that are being said in Italy these days http://www.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DmO ... -E&h=410e6

C'è una band che mi fa pensare a Jonathan Coe anche se non credo che sarebbe un genere che ascolterebbe. Sono i Chumbawamba.
Per farla semplice è una band di anarchici con base a Leeds; sono diventati famosi qualche anno fa con la divertente, ma non certo loro miglior sforzo, Tubthumping, per poi tagliare sull'organico e tornare all'oblio delle classifiche prima di produrre alcuni capolavori.
La ragione per la quale la mia mente connette il loro lavoro con quello di Jonathan è che entrambi hanno lo stesso effetto su di me: mi divertono ed emozionano, mi fanno piangere e ridere, mi fanno ballare e pensare.
I Chumbawamba sono più di quello che sembrano ad un primo ascolto: le loro melodie folksy ed accattivanti fanno da sfondo a storie di ingiustizia ed impegno politico ma anche a storie di vite di tutti i giorni, dove la commedia sfida la tragedia e dove il disgusto e la denuncia di talune situazioni sono controbilanciati da un innato ottimismo. Anche muscialmente non sono mai banali; nonostante le loro sequenze di accordi relativamente semplici, riescono a creare bellissime armonie con le voci (con molte canzoni a cappella) e coprono diversi generi spesso con l'aiuto solo di due chitarre, una fisarmonica e una tromba o un flauto dolce. C'è così tanto di più di quel che sembra.
Ho pensato a loro anche l'ultima volta che ho sentito Jonathan parlare della Thatcher... Gli ho quasi suggerito di prenotare l'EP IN Memoriam che arriverà nella cassetta dei suoi acquirenti la gloriosa mattina della morte dell'ex primo ministro... Io ne ho sentito un assaggio al concerto dello scorso anno.
Ho sentito il bisogno di scrivere questo stamane, quasi mossa alla lacrime. Stavo andando a scuola a piedi con i Chumbawamba sull'ipod quando ho visto due papere che facevano il bagno in un torrente di città con il sole del primo mattino alle spalle. E' stato come leggere alcune pagine di Jonathan, un corto circuito di emozioni.
Se volete vedere qualche esempio su youtube, questa mi piace moltissimo nonostante le stonate dal vivo (dal concerto di Milano che ho visto) http://www.youtube.com/watch?v=axr8fW4omG8, anche se questa è più appropriata per alcune delle cose che si dicono in questi giorni in Italia http://www.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DmO ... -E&h=410e6
19:24:43 - Claudia - categoria: spunti   No commenti

Wed 22 September 10

Grandi piccolezze

Il solito S.R. colpisce ancora. Sulla Provincia di stamane l'ennesima lettera; la lamentela oggi era sulla mancata introduzione dei pedaggi su autostrade e tangenziali del sud, cosa che, secondo un ragionamento abbastanza contorto (e disgustosamente colorito), sarebbe sintomo di razzismo nei confronti degli abitanti del nord che invece li pagano. Si vede che non ha altro a cui pensare.
Lungi da me entrare nel merito della faccenda; sull'iniquità del caso potrebbe anche avere ragione. Ma le lettere di S.R. mi causano un particolare ribrezzo, non riesco a tollerarle. Certe persone andrebbero vestite a forza nei panni di quelli che tanto disprezzano per provare a vedere se è davvero tutto così bianco o ne(g)ro...
Ci pensavo già prima di leggere il giornale a dire il vero. Ieri sono rientrata a scuola e ho trovato due alunni stranieri nuovi. Uno è in prima, viene dal Ghana e pare sempre sorridente; è qui da pochi mesi ma riesce a dire qualche parola in italiano ed era già coi nuovi compagni all'intervallo. Pare anche che sia stato contento quando la prof. di chimica gli ha dato delle fotocopie in inglese sulle basi della propria materia che, per caso, mi trovavo ad avere in cartella io. L'altro è in seconda anche se ha 16 o 17 anni, viene dalla Sri Lanka ed è appena arrivato. Ho potuto scambiare solo poche parole con lui ma ieri l'ho visto guardarmi con gli occhi sgranati e increduli mentre cercavo di far parlare a spizzichi e bocconi alcuni suoi compagni sulle letture date per l'estate; oggi invece nell'intervallo si aggirava fuori dalla presidenza (con grande disperazione di una bidella che non riusciva ad intendersi); era preoccupato di non essere stato avvisato sull'inizio dei corsi di italiano (di cui non sa un parola). L'ho rassicurato spiegandogli che i corsi non sono ancora iniziati, e che comunque nelle mie ore potrà portarsi del lavoro da fare in italiano (quando ne avrà) e la mia valutazione nei suoi confronti sarà personalizzata. Sempre durante l'intervallo, ho intravisto un ragazzo orientale seduto su una panchina in corridoio, da solo, con lo sguardo fisso davanti a sé. E in quei panni per un poco mi ci sono messa.
Ma io, che ho vergogna a chiedere un'indicazione stradale in Italia, come mi sentirei se ad un certo punto mi trovassi proiettata in un paese all'altro capo del mondo, dove parlano una lingua che non capisco, in una scuola che funziona in maniera totalmente diversa da quella a cui ero abituata, con materie che non conosco o che mi paiono insegnate ad un livello infimo rispetto a quello che mi parrebbe adatto a me (per esempio matematica), con tanti compagni che mi paiono un po' bambini, con qualche persona che cerca di aiutarmi ma alla fine ha la sua vita e i suoi problemi, e con molto altri che se va bene mi ignorano e se va male mi vedono come un fastidio o, peggio, con ostilità? Io che non ci volevo mica venire qui. Io che sento la mancanza dei miei profumi, dei miei cibi, di quello che so che trovo andando a casa...
Chissà se S.R. ci pensa mai.
Eh, non voglio farla facile. Non voglio dire che la nostalgia si cancelli coi sorrisi e la comprensione, né che la piena integrazione di chiunque arrivi sia realizzabile a prescindere, cioè che bastino organizzazione e umanità. Ma aiuterebbe.
Intanto oggi, mentre tornavo a casa a piedi con Harper Simon e poi i Love nell'orecchio, col profumo dei fichi e dell'olea fragrans nel naso e senza l'assillo dei 57 quaderni da correggere (finiti!) mi sono sentita fortunata come una regina.
16:53:19 - Claudia - categoria: riflessioni   8 commenti

Mon 13 September 10

Obbligo d'istruzione

Domani, nell'ambito del "progetto accoglienza", devo andare in una delle mie prime ad illustrare "l'obbligo di istruzione a 16 anni". Sorvolerò sul fatto che, nel secondo giorno di scuola, andare da dei quattordicenni un po' spaesati a raccontare delle "otto competenze chiave di cittadinanza" e dei "quattro assi culturali" mi pare quanto meno noioso se non perfettamente inutile. E vado al punto.
Facendo una ricerca per ovviare alla mia inescusabile ignoranza in materia, ho scoperto che con i vari interventi legislativi dal '99 ad oggi, coi quali si è esteso l'obbligo di formazione a 18 anni e di istruzione a 16 anni, non si è pensato di introdurre specifiche sanzioni per chi l'obbligo non lo fa rispettare. La Cassazione nel 2008 ha respinto un ricorso contro l'assoluzione di genitori che non avevano fatto assolvere l'obbligo ai figli minori di 18 anni, spiegando come l'ultima esplicita estensione dell'articolo 731 del codice penale (classe 1930, che prevede sanzioni per il non rispetto dell'obbligo di istruzione elementare) risalisse al 1962, quando fu prolungato l'obbligo alla terza media; l'ammenda di ben 30 euro è quindi comminabile solo finché i figli assenteisti non abbiano compiuto 15 anni.
Ora, non credo che si combatta l'evasione scolastica a colpi di multe, né credo che il fatto di prevedere una sanzione più corposa ed estesa a coprire i nuovi limiti di obbligo possa in alcun modo riempire le voragini che si sono formate tra quelli che sono i proclami ministeriali e quello che la scuola riesce davvero ad offrire e certificare. Mi chiedo però quale significato devo attribuire al sostantivo "obbligo". Spero tanto che non me lo chiedano domani.
16:08:39 - Claudia - categoria: riflessioni   No commenti

Thu 09 September 10

Della moda

Sono nata in Italia e come mi vesto mi interessa. Mi interessa indossare capi che mi piacciono, adatti all'occasione e che mi pare mi stiano bene. Non sempre sono convinta al 100% di quello che metto, spesso me ne stanco, talvolta osservo gli altri per prendere spunto, non infrequentemente ho l'impressione di non avere quello che vorrei. Quindi non ne voglio fare una questione di "chissenefrega, datemi uno straccio e me lo metto, basta che mi ripari". E anche il mio occhio si è a più riprese abituato ad alcuni canoni... Mi ricordo di quando, nel 1980, indossai un mini kilt londinese comprato nel 1970 da mia madre e, in un momento in cui la gonna era sempre e solo sotto il ginocchio, esclamai "che schifo le ginocchia scoperte!", salvo ricredermi nel giro di un paio di anni. Anch'io sono in qualche modo schiava dell'apparire.
Ma ci sono un sacco di cose che proprio non capisco e non capirò mai.
Un conto è riadattarsi a vedere l'orlo del pantalone che sale sopra o scende sotto la caviglia; idem per la lunghezza delle gonne, l'altezza della vita, la larghezza dei maglioni. Da questo punto di vista oggi forse c'è un po' di tutto, o quantomeno c'è più varietà rispetto agli anni '80, quindi forse più libertà.
Un altro conto è accettare acriticamente cose palesemente orrende, scomode e spesso costose in nome delle nuove mode.
Partiamo dalle assurdità; prendiamo per esempio i pantaloni da donna col cavallo al ginocchio: sembrano nascondere un pannolone e credo rendano impossibile un incedere normale, per non parlare del correre (attenzione se dovete prendere un autobus); fanno il paio coi pantaloni da ragazzo portati con la "vita" a metà fianco e tendente a scendere anche oltre, il cavallo a metà coscia e le mutande in mostra...
Restando sul tema del "metter in mostra ciò che si farebbe meglio a tenere nascosto" (citazione personale dal mio prof di latino), stamane guardavo un servizio di moda dove "il tubino a bustier con scollo a cuore" non nasconde "un top nero che esce dal décolleté" ... Oppure "l'abitino a sottoveste con scollo quadrato" che ancora una volta NON nasconde una sottoveste nera con le spalline e scollo di altra forma e le coppe a reggiseno... ma perché devo mettere in mostra la mia biancheria intima???? Sta male, santo cielo, sembra che ci sia alzate e vestite senza guardarsi allo specchio.
E che dire dei jeans nuovi strappati ad arte, di cui è regina madame Beckham (ma non era "posh" una volta?); ma perché devo spendere (anche tanto) per una cosa già rovinata? Idem per gli stivali di camoscio già lisi in punta o per i capi che sembrano tinti in un bucato andato male... E' uno spregio per la miseria vera.
Sorvolerò sulle assurdità che molte si mettono ai piedi per osservare che, a mio parere, anche il capo più bello deve stare addosso a chi se lo mette: le ballerine, che in teoria mi piacciono, coi miei polpacci fanno a pugni; un abito a bustier può essere molto elegante (SENZA top sotto) ma non per chi, come me, senza reggiseno mostra l'inesorabile forza della gravità; infine, finché posso evitare di mettere in mostra i miei rotolini lo evito.
E poi, al di là di tutto, i prezzi che molte delle cose più brutte o che donano di meno, fatte male e di stoffe cattive ma "firmate" , sono davvero inauditi e ingiustificabili. Mia madre alla mia età, quando poteva spendeva anche tanto ma per capi che le duravano anni e dalla linea inattaccabile. Ora molto spendono solo per farlo vedere, ma senza etichetta che lo certifichi non lo si capirebbe di certo.
Santa Audrey, fai scendere un po' di ispirazione su questo mondo sempre più folle!
17:11:37 - Claudia - categoria: riflessioni   4 commenti

Sat 07 August 10

My books

15:10:36 - Claudia - categoria: spunti   No commenti

Sun 18 July 10

On the paradoxes of using the Internet: are we the writers?

Just over 10 years ago people who enjoy the Internet but are not native users started marvelling at the opportunities that web 1.0 offered. First it became possible to communicate with friends, family and colleagues without having to rely on slow or intrusive means. Not only. We all remember the agony of finding material for one's thesis, teaching and studying aids, song lyrics, biographical information about whoever, the name of who played what, where and when? Suddenly it was all possible in no time. The universal library had opened its doors, possibly making it less useful or desirable to visit real ones.
Then web 2.0 came along. And with it came this amazing urge to express oneself, to "let other people know", and not just friends. Lots of people started writing, even those who had never dreamt of keeping a personal diary. Millions now write on their own or other people's blogs, on message boards, on social networks? They want to talk about themselves, about how they feel, about what happens to them, about their views. Many of those who had always simply read for fun, for a practical purpose or for some other unexpressed inexpressible reason now need to tell others what they have loved or hated and why. It's as if reading in itself was not enough anymore. Finding the right words, making one's posts appealing can be difficult but it is above all extremely time consuming, especially if, along with writing, one also wants to keep up with other people's opinions and argue with them. Paradoxically there isn't as much time for traditional reading as before?
Even professional writers haven't missed the chance of having their own Internet space to advertise and maybe clarify their work but also to communicate with their readers beyond mere commercial reasons. And how great it is for the simple reader, who could once feel close to his favourite authors only through what they wrote, to now be able to ask them questions directly, to comment and argue on the latest books, to show off his intellectual skills even and, at times, to arouse the authors' interest. The anonymous reader suddenly feels like a "someone" in the mind of those he admires. And the writer feels part flattered, part involved, part curious because, after all, she has always been interested in other human beings and here are many she'd never have "met" otherwise. And yet, she also feels the burden of responsibility for all the questions these people want an answer for; she has to acknowledge even those she'd have done without. Now there's not just the interviews, the readings and the many books to sign at presentations; there is the blog to keep up with, the requests to fulfil, new ideas to explore? The travelling and the "webbing" become so demanding that sometimes it feels as if she doesn't have the time and tranquillity to just sit down and start the new novel that her fans anxiously await so that they can, once again, read it, dissect it, comment on it, propose interpretations?
So what has become of writers and what of readers now? And will this interchange modify professional writing the way it has possibly modified many people's reading? The future will soon tell us.
14:50:46 - Claudia - categoria: riflessioni   15 commenti

Mon 28 June 10

Lassù nessuno ci pensa

Da una nota su FB.
Mea culpa. Ci avevo già pensato lo scorso anno e mi sono dimenticata di provare a fare qualcosa ...(scrivere, ma a chi?).
La questione è piccola se vogliamo. Si tratta dei 5 punti di bonus della maturità, quelli che possono far salire i punteggi più alti.
Quando 12 anni fa fu introdotto il nuovo esame, l'idea di fondo era quella di rendere più significativa e trasparente la valutazione delle singole prove d'esame, oltre che di dare peso alla valutazione globale degli ultimi tre anni di scuola. Niente più 60/60 usciti dal fumo di semplici giudizi su prove magari non perfette ma che, nella santa opinione dei commissari, denotavano la completa maturità e preparazione del candidato.
Si decise quindi di attribuire 20 punti al credito scolastico, per un massimo di 6 nei primi due anni del triennio, 8 per l'ultimo. Chi fosse stato ancorato alla media del 6 rotondo per tre anni avrebbe avuto un totale di 8 punti, da aggiungere ai 52 delle sufficienze nelle prove scritte (10/15 x 3) e nel colloquio (22/35) per arrivare al fatidico 60/100.
Credo che ci si accorse presto che, mentre arrivare alla sufficienza per superare l'esame non era difficile, pochi avrebbero invece potuto arrivare al massimo. Tenere una media superiore all'8 per tre anni non è cosa semplicissima, ma soprattutto capita a tutti di magari perdere un punto in una prova scritta d'esame. Furono quindi introdotti i 5 punti di bonus, da assegnare a discrezione della commissione su criteri da essai stabiliti ma a patto che ne godesse solo chi avesse avuto 15 punti di credito (corrispondente allora ad una media tra il 7 e l'8 per tre anni) e 70 nelle prove (corrispondenti a prove molto buone ma non necessariamente perfette).
Ed ecco il punto dolente. Fioroni 3 anni fa decise di dare più peso al percorso scolastico, alzando il credito da 20 a 25 ed abbassando il punteggio massimo del colloquio da 35 a 30, con sufficienza a 20.
Logico, pulito, no problem.
Peccato che nessuno abbia pensato di adattare anche i punti di accesso al bonus. Così, dallo scorso anno, mentre a 15 punti di credito su 25 arrivano quasi tutti (in una mia classe in 16 su 19) perché corrisponde ad una media tra il 6 e il 7, arrivare a 70 nelle prove d'esame è faccenda davvero assai complessa. E se è vero che per gli aspiranti al 100 probabilmente non ci sono grosse differenze, per tanti altri la musica invece cambia molto.
Facciamo un esempio pratico: un'alunna con 40/45 agli scritti e 19 di credito deve per forza prendere 30 (cioè il massimo) nel colloquio per accedere ad almeno un punto di bonus, altrimenti il suo punteggio finale non potrà mai arrivare a 90. Dei famosi 16 su 19, escludendo il candidato alla lode, è rimasta l'unica che può almeno permettersi di sperare.
La cosa più assurda secondo me è che questo non è frutto di una scelta. Se si fossero per esempio voluti premiare solo i super-migliori si sarebbe alzata la soglia di credito (20 su 25 per esempio) oltre che lasciare il 70 così com'è.
No, semplicemente nessuno ci ha pensato.
16:22:54 - Claudia - categoria: riflessioni   2 commenti

Sun 07 February 10

Nost gent

Rompo questo silenzio quasi annuale con una nota che pubblicherò anche su Facebook. "Di là" è più facile avere riscontro, ma mi dispiace abbandonare completamente questo blog... più di quanto non abbia già fatto, that is. Per ora terrò il piede in due scarpe.

Un'altra raccapricciante vicenda di cronaca fa assomigliare sempre di più Como al Midsomer, peccato che la location, tra muri e buche, non sia così idillica e non ci sia il tasto off per spegnere alla fine dell'episodio.
I protagonisti questa volta porta(va)no cognomi che, se esistesse una pura razza lombarda, come puri lombardi li definirebbero. Quelli che fan e g'han i dané, quelli che conoscono tutti, quelli che non hai paura ad incrociare la sera, i nost gent. Uno è finito sparato alla schiena e con la testa mozzata e cotta in forno, l'altro piange in prigione. E si scatenano giornalisti, psicologi e sociologi veri e presunti, amici veri e virtuali, si aprono gruppi su facebook, tutti affannati a trovare spiegazioni più o meno circostanziate, tanti ad esprimere solidarietà e amicizia fino a santificare l'uno e l'altro. Comprensibile. E' un modo di tenere a bada il senso di raccapriccio, incredulità e spaesamento che suscitano vicende del genere. E' un modo di continuare a vivere senza dover abbandonare qualsiasi certezza.
Ma se l'assassino fosse stato un cinese, un rumeno, un tunisino? La vicenda avrebbe per più giorni occupato le pagine dei giornali nazionali, non solo di quello locale. Si sarebbero levate grida contro la mancanza di sicurezza, contro la barbarie di importazione, e, per estensione, contro tutti gli immigrati. Si sarebbero scomodati politici, uomini di spettacolo e genetisti fai-da-te. Figuriamoci poi se il "clan" del colpevole avesse tentato di stargli vicino a prescindere dall'orrore del gesto. "Stava male". "Era disperato". Parole che tentano di spiegare da una parte; parole che condannano dall'altra.
Gli atti orrendi che vengono dal degrado, dalle vite da topi, dalla disperazione vera estendono la loro condannabilità ai parenti veri e presunti di chi li ha commessi, mentre quelli che vengono dall'angoscia di chi ha avuto tutto e se lo vede portar via sono da condannare sì ma anche da commiserare.
E' giusto?
20:36:27 - Claudia - categoria: riflessioni   13 commenti

Mon 23 March 09

Architetture

Coerentemente con la mia insanabile curiosità di capire come funziona qualsiasi cosa, da un po' di tempo sto cercando di afferrare anche come funziono io, in particolar modo per ciò che mi stimola e per ciò che mi fa apprendere.
Per strano che sia, il libro che mi sono messa a leggere sabato - interrompendo addirittura la lettura dell'ultimo romanzo di Lodge (che adoro) - mi ha dato un paio di spunti notevoli.
Si tratta de L'Umanista Informatico di Fabio Brivio (il cui blog è peraltro linkato qui a fianco). Il libro è rivolto a chi, pur non essendo specialista del web o di informatica, vuole saperne a sufficienza per poter capire alcune potenzialità dei linguaggi su cui il web è costruito - xml, html, css, sql, php... - in modo da poterli eventualmente utilizzare come veicolo efficace di contenuti - che è quello che dovrebbe poi davvero interessare ad un "umanista". Io, che proprio non ho il tempo o la forza di affondarmi nei manuali di php o mysql (capendoci un decimo e ritenendone un centesimo) o di rileggere il malloppo sui css, mi sto invece letteralmente bevendo questo.
Utile e affascinante dunque, ma cosa c'entra col come funziona il mio cervello?
Be' ieri, mentre V come al solito dormiva (del resto non è colpa sua se talvolta alla domenica mi sveglio presto in preda alla voglia di leggere), mi veniva voglia di urlare "Ah! Bellooooo! Ho capito, ho capito!!!" . Leggevo di com'è strutturato l'xml, qualcosa di cui già in parte sapevo, non essendo dissimile dal'html, e quando si è parlato di struttura ad albero ho avuto la mia "epifania".
La mia mente funziona proprio come un albero. Io ho bisogno di seguire un discorso nella sua logica lineare, ho bisogno di partire da un saldo tronco ben piantato in ciò che conosco e poi di muovermi man mano di ramo in ramo prima di potere (se riesco) arrivare al rametto più fine e poi alle foglie. Difettando gravemente in memoria, ho bisogno di poter ricostruire il percorso e per capire lo devo prima di tutto poter tracciare.
Come per un albero poi, la direzione che un ramo "figlio" prende non è univoca e non è sola, per questo mi affascina tutto ciò che è legame interdisciplinare, tutto ciò che è unione nella diversità, la simmetria dell'asimmetrico.
Ma quello che alla fine mi ha fatto svegliare il povero V è stata l'idea che forse questa può essere una ragione del perché gli alberi mi hanno sempre affascinato così tanto nella loro forma. Quando andavo a scuola di disegno (in seconda media), l'unica cosa che ero in grado di riprodurre erano dei tronchi o anche solo dei rami spogli. V mi prende in giro perché nelle mie foto di paesaggio se è possibile ho sempre un ramoscello in primo piano... Che abbia trovato la spiegazione?
16:06:19 - Claudia - categoria: riflessioni   9 commenti

Mon 16 February 09

Strawbs

Giovedì scorso gran botta di vita. Sono andata a Milano prima a fare un paio di commissioni (leggasi spese) e poi a vedere il concerto degli Strawbs al Dal Verme, alle 18.30 . L'orario inconsueto ma apprezzabilissimo mi ha consentito di andare e tornare in treno e di arrivare a casa ad un'ora consona con l'orario da galline in cui generalmente vado a letto. Sono anche riuscita a vedere l'Alfredo dopo un sacco di anni, e questo ha aggiunto al piacere della musica.
Il gruppo degli Strawbs si forma nell'ambito del folk-rock inglese della metà degli anni '60, sempre però sperimentando e mescolando vari generi, tra la ballate acustiche, schitarrate rock e organi prog, con passaggi tra il mistico e lo psichedelico. Molto inglesi, molto anni '70, in effetti. E in effetti è alla fine degli anni '70 che si sciolgono, salvo ritrovarsi un paio di decenni dopo a riproporre in versione acustica o elettrica sia i vecchi brani che qualche canzone nuova ad un pubblico rimasto affezionato.
Questa dei dinosauri che continuano a suonare potrebbe sembrare un'operazione commerciale; sicuramente per loro lo è anche (sempre meglio che lavorare :-D ), ma io sarò tonta eppure mi emoziono sempre. Lasciando da parte qualche imprecisione nella voce e negli assoli, si percepisce ancora una passione, e forse soprattutto un credere a quello che si fa e si DICE con la musica, che non paiono assopirsi sotto le rughe, gli occhiali e i capelli più o meno folti o bianchi, e che contribuiscono al mio entusiasmo quasi quanto la rispondenza della musica con i miei gusti.
L'unica sofferenza del concerto è stata quella di non poter ballare con le braccia alzate modello JCSS e cantare a squarciagola, cosa che faccio nella solitudine della mia casetta.
Sarà l'anima hippie che Ciccio ha così ben riconosciuto in me fin dalla foto di quando avevo 10 anni...
17:01:44 - Claudia - categoria: riflessioni   No commenti

Fri 06 February 09

Fanca**ismi

Gli alunni che non fanno quello che dovrebbero fare mi fanno spesso innervosire, ma posso pure capire che alcuni di loro aspettino di iniziare a "vivere" (i.e lavorare) prima di applicarsi. Io non ero una studiosissima ma mi aiutavano la curiosità e l'entusiasmo, ed è forse più quando mancano quelli nei ragazzi che mi viene la tristezza.
Ma quello che mi fa davvero incavolare sono alcuni colleghi. Fortunatamente non tutti e nemmeno la maggior parte se vogliamo. Però ci sono esempi di tale indecenza da farmi suonare brunettiana ! Colleghi che arrivano sistematicamente alle 8.20 a scuola, oppure si attardano tra un'ora e l'altra; altri che, oltre a questo, non si sognano di svolgere i programmi, telefonano in classe, valutano alla ca**o , ma nemmeno fanno finta di nascondersi... no no, presuntuosi e arroganti, attaccano prima di essere attaccati.
L'altro giorno in consiglio di classe un tipico esempio ha minacciato di scrivere ai giornali per denunciare lo scandalo degli insegnanti che vogliono impedire agli alunni di uscire dalla scuola per fare le visite aziendali "che danno lustro alla scuola e preparano gli alunni alla vita". In realtà, fatti i conti tra stage(15 giorni), gita (5 giorni), giornata sulla neve (1 giorno) carnevale (2 giorni), uscite già programmate(3 o 4), orientamento (8 ore) e venutoci lo sconforto (la classe è all'ultimo anno e non è proprio quel che si dice né studiosa né autonoma), gli avevamo semplicemente chiesto di organizzare la sua visita (saltata fuori all'ultimo momento) possibilmente quando anche l'altra metà della classe (di altro indirizzo) era fuori. Lui si è messo a urlare che non potevamo certo dettare noi le condizioni, e che tanto lui quel giorno lì (il primo di rientro dopo Pasqua) non c'è (furbissimo eh?) ... Mi sono messa ad urlare anch'io, non ce l'ho fatta a trattenermi e se non fosse che c'erano fuori i rappresentanti e sono stata zittita, gli volevo dire che gliela scrivevo io una bella lettera ai giornali. Aggiungiamo che era arrivato al consiglio prima con 20 minuti di ritardo senza scusarsi, col telefono in mano e che quest'ultimo gli era squillato una o due volte.
Che vomito. Se penso che questa persona porta a casa gli stessi soldi miei...
17:43:24 - Claudia - categoria: riflessioni   19 commenti

Mon 26 January 09

Aggiornamenti

Finalmente sono riuscita a cambiare le impostazioni del blog in modo da far apparire non solo la data ma anche l'anno e il giorno della settimana; così è molto più chiaro. Be' meglio tardi (dopo 4 anni) che mai...
15:41:11 - Claudia - categoria: help   14 commenti

What a Carve Up! (La Famiglia Winshaw)

Tra l'altro ieri e ieri credo di avere letteralmente consumato le ultime 200 pagine delle quasi 500 di un ennesimo libro di Jonathan Coe, la cui opera sto leggendo in ordine sparso nel corso di questi ultimi anni.
Ne ho già parlato in queste pagine e rischio quindi di ripetermi, ma questo scrittore è davvero entrato nell'olimpo dei miei preferiti, cioè degli autori per i quali vale la pena leggere.
Per rispondere ad una questione posta tanto tempo fa in altro blog, io leggo spesso per imparare e per sorprendermi di ciò che imparo; oppure leggo perché trovo divertente seguire una storia, immedesimarmi nei personaggi, emozionarmi; e leggo anche perché talvolta mi fa capire come vivo il mondo senza doverne scrivere io stessa.
Con Coe mi capita un po' tutto. Questo romanzo in particolare inizia come una specie di biografia di persone apparentemente scollegate tra loro; mentre i fili si tessono tra di loro sempre più strettamente compare la satira socio-politica, caustica e ancora attualissima nonostante i quasi 15 anni del libro e i quasi 20 della storia (tanto che quando descrive Bush Sr mi si sovrapponevano le immagini del figlio); verso la fine la storia di trasforma in thriller; e il finale è tragico benché paradossale. La tecnica narrativa è varia, come sempre; il tono oscilla tra commedia, tragedia e parodia.
Io mi sono ritrovata ieri mattina alle 8 del mattino (mentre V, ignaro, dormiva) a piangere come un vitello per la morte di uno dei personaggi per colpa di un fallato sistema sanitario nazionale. Credo in parte di avere sfogato quello che non ero riuscita a fare alla notizia di un'altra morte di amico (Rob, il mixerista dei Fairport, 50 anni, una persona speciale); in parte ho pianto per l'ennesima presa di coscienza dello schifo e delle ingiustizie che ci circondano.
In realtà questo è solo un esempio del viaggio che leggere questo libro è stato. Se non fossi d'accordo anche con Hornby quando dice che è davvero difficile dare consigli agli altri su cosa leggere e che bisogna diffidare della parola "imperdibile", direi che questo lo è davvero imperdibile...
15:28:25 - Claudia - categoria: spunti   No commenti

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