Sonnet 29

 

Da sempre il mio sonetto di Shakespeare preferito è il 29. È anche l’unico che so a memoria e che talvolta mi recito in testa nei momenti di insonnia… Ci lavoro in classe benché nei libri di testo non ci sia mai e, come per tutti gli altri che faccio (di solito almeno cinque), cerco di farne cogliere il senso permanente. Stamane l’ho iniziato con la mia terza e – probabilmente influenzata dalle mie letture – per la prima volta mi è venuto di sintetizzarne la prima parte con l’espressione “self-loathing” (“autodisprezzo”). Ho visto tante teste annuire… 

Quando inviso alla fortuna e agli uomini,
In solitudine piango il mio reietto stato,
E ossessiono il sordo cielo con inutili lamenti,
E guardo me stesso e maledico il mio destino:
Volendo esser simile a chi è più ricco di speranze,
Nei tratti come lui, come lui con molti amici
Desiderando l’arte di questo e le prospettive di quello,
Di ciò che più mi piace soddisfatto al minimo  […]

La soluzione arriva pensando all’amat* (amico, amica, amante uomo, amante donna, chi se ne importa…). 

Se in questi pensieri quasi detestandomi
Mi accade di pensarti, ecco che il mio spirito,
(Come un’allodola che s’alzi all’irrompere del giorno
Dalla cupa terra), eleva canti alle porte del cielo;
Poiché il ricordo del tuo dolce amor tanto m’appaga
Che con un re cambiare stato non vorrei.

Perché tutti, in coppia o single, con genitori bravi o troppo esigenti o disfunzionali, con capi comprensivi o autoritari, tutti dobbiamo avere qualcuno che ci fa sussurrare a noi stessi: “Non fai affatto schifo!”.

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My favorite Shakespearean sonnet has always been #29. It’s also the only one I know by heart, in fact I  sometimes recite it in my head when I lie awake at night… I always teach it in class even though it’s not in the textbooks, and like with all the others we cover (usually at least five), I try to convey its timeless meaning. I started it this morning with my third year, and – probably influenced by my readings – for the first time I decided to summarise the first part using the expression “self-loathing”. I saw many heads nodding in agreement…

When, in disgrace with fortune and men’s eyes,
I all alone beweep my outcast state,
And trouble deaf heaven with my bootless cries,
And look upon myself and curse my fate,
Wishing me like to one more rich in hope,
Featured like him, like him with friends possessed,
Desiring this man’s art and that man’s scope,
With what I most enjoy contented least;

The solution comes from thinking about one’s beloved …. male friend, female friend, male lover, female lover, who cares…

Yet in these thoughts myself almost despising,
Haply I think on thee, and then my state,
(Like to the lark at break of day arising
From sullen earth) sings hymns at heaven’s gate;
For thy sweet love remembered such wealth brings
That then I scorn to change my state with kings. 

Because it doesn’t matter whether we are single or in a couple, with good or overly demanding or dysfunctional parents, with understanding or authoritarian bosses, we all need someone who makes us whisper to ourselves, “You’re not awful at all!”